Il Presidente Antonio Tajani all’anniversario dell’Ue: “Dobbiamo essere fieri della nostra eredità”

Celebration of the ' 60 years of the Treaty of Rome ' in Campidoglio - Ceremony of the signature of the Rome declaration
Celebration of the ‘ 60 years of the Treaty of Rome ‘ in Campidoglio – Ceremony of the signature of the Rome declaration

“Il sogno di un’Europa unita rappresentava la via per lasciarsi per sempre alle spalle l’incubo della guerra”, ha detto Tajani a Roma dove ha partecipato alle celebrazioni per il 60 ° anniversario della creazione dell’Unione Europea. “Dobbiamo essere orgogliosi dell’eredità lasciata ai nostri figli: la libertà di viaggiare, studiare, lavorare, intraprendere, innovare”, ha sottolineato Tajani che ha firmato a nome del Parlamento Ue il testo della “Dichiarazione di Roma”. 

 

Il Presidente del Parlamento ha sottolineato l’importanza dei Trattati di Roma in questo momento storico. Si tratta dei testi che hanno gettato le fondamenta dell’Ue avviando il mercato comune.  “In questa sala, il 25 marzo del 1957, è cominciata la nostra grande avventura … Abbiamo bisogno di completare questa impresa enorme e sfruttare il potenziale che non è ancora stato utilizzato. E non dobbiamo mai dimenticare quale sarebbe il costo, non solo economico, senza l’Europa” ha ribadito Tajani.

 

Nel corso della sua visita a Roma Tajani ha incontrato il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, il Presidente del Senato Italiano Pietro Grasso e il Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini. Presente a Roma anche una folta delegazione in rappresentanza del Parlamento Ue, presenti i Vicepresidenti i questori e capi  dei gruppi politici. Gli eurodeputati hanno preso parte al dibattito sul futuro dell’Unione e partecipato alla Marcia per l’Europa di sabato 25 marzo che ha visto manfiestare migliaia di persone per le strade della capitale italiana nel nome del progetto europeo.

 

Il Presidente del Parlamento ha anche incontrato Papa Francesco in Vaticano insieme al Capo del Governo Italiano Paolo Gentiloni, al Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, al Presidente del Consiglio Donald Tusk e ai 27 capi di Stato e di governo Ue.

 

Prima delle celebrazioni a Roma Tajani ha anche guidato la delegazione parlamentare europea in visita a Norcia, località duramente colpita dal sisma del Centro Italia, esprimendo il sostegno del Parlamento negli sforzi di ricostruzione del comune umbro.

 

Fonte: europarl.europa.eu

27/03/2017

Il dizionario del bilancio Ue

Mercoledì 26 ottobre i parlamentari votano il bilancio 2017 e la revisione del quadro finanziario pluriennale 2014 – 2020. Nel pomeriggio dello stesso giorno, la Corte dei Conti europea renderà pubblica la valutazione sul bilancio 2015. Le terminologia utilizzata parlando di bilancio può risultare ostica, ecco un breve glossario.

 

Quadro finanziario pluriennale (QFP) – L’Ue adotta bilanci annuali ma è prevista una programmazione economica a più ampio raggio, a cadenza pluriennale. Il quadro finanziario pluriennale definisce le priorità verso cui indirizzare la spesa e gli importi massimi che si possono spendere nei vari settori. Il piano ha una durata di 7 anni.

Il QFP attuale è iniziato nel 2014 e terminerà nel 2020. Il parlamento ha richiesto una revisione di medio termine per valutare se le previsioni siano state rispettate e il piano sia ancora compatibile con la situazione attuale o necessiti modifiche.

 

Impegni e pagamenti – Per una gestione equilibrata dei fondi finanziari non bisogna soltanto tenere traccia delle spese passate ma anche prevedere quanto si pagherà in futuro. Per questo motivo il bilancio europeo si divide tra pagamenti (ciò che si spenderà nel prossimo anno) e impegni (le previsioni di spesa in progetti o misure oltre il prossimo anno)

 

Rimborso – La maggior parte della liquidità di cui dispone l’Unione europea proviene direttamente dagli stati membri. Si tratta di contributi nazionali calibrati sul reddito lordo di ogni paese e bilanciati in base al gettito IVA. Se uno stato membro versa molti più fondi di quanti ne riceva poi indietro dall’Europa, potrebbero esserci tensioni politiche.

I rimborsi servono proprio a ridurre gli squilibri di bilancio. Il più famoso è il rimborso britannico: il Regno Unito riceve indietro circa il 66 per cento dei contributi che versa all’Ue. Anche altri paesi beneficiano di rimborsi particolari.

Il Parlamento è dell’idea che queste forme di rimborso rendano il bilancio meno trasparente e spingano i singoli stati a concentrarsi sui loro interessi nazionali nelle negoziazioni piuttosto che riconoscere che il mercato interno e i progetti europei abbiano maggiori benefici per tutti. I parlamentari hanno richiesto una revisione del sistema di finanziamento del bilancio in modo che possano subentrare nuove modalità nell’ottica di garantire una maggiore trasparenza.

 

Gestione finanziaria condivisa – La Commissione europea è responsabile dell’attuazione della parte più importante del bilancio. I fondi vengono però delegati ai singoli stati membri che si occuperanno si scegliere a chi destinare i finanziamenti per l’agricoltura, per il sostegno alle piccole e medie imprese, per favorire l’occupazione e così via. La Commissione monitora questi fondi: può decidere di destinarne di più per certi progetti e può intraprendere azioni per recuperare somme di denaro indebitamente versate.

 

Frodi e irregolarità – Il bilancio europeo è controllato annualmente dalla Corte dei conti europea. Durante i controlli, i revisori dei conti possono rilevare delle irregolarità nell’attuazione del bilancio. Ad esempio, possono essere stati accettati rimborsi spese non validi o essere stati dati fondi ad alcuni agricoltori per più terreni di quanti ne dispongano. Alcune irregolarità sono attribuibili a semplici errori; in altri casi si tratta di frode.

Nella sua relazione annuale, la Corte dei conti afferma che il livello di errore nella spesa per il 2015 è stata circa del 3,8 per cento, dato inferiore rispetto agli anni precedenti ma ancora sopra il valore di riferimento fissato al 2 per cento.

 

Discarico – Il Parlamento europeo ha l’ultima parola sul bilancio europeo: è l’assemblea che decide se la Commissione europea e gli altri enti hanno attutato la loro previsione di bilancio in maniera soddisfacente. Tale pratica si chiama “discarico”; nel prendere la sua decisione finale, il Parlamento si basa sulle conclusioni della Corte dei Conti.

 

Fonte: europarl.europa.eu

Mettere in pratica l’accordo di Parigi sul clima: “Abbiamo già iniziato a fare i compiti”

 

Gli incontri di COP22 a Marrakesh
Gli incontri di COP22 a Marrakesh

Nelle ultime due settimane i leader mondiali hanno discuso le modalità di attuazione degli accordi di Parigi a COP22, ciclo di incontri che si è tenuto a Marrakech. Oggi quasi 200 nazioni hanno sottoscritto un documento sostenendo che l’applicazione degli accordi sul clima è un “dovere urgente”. Il Parlamento europeo ha partecipato con una delegazione di 12 deputati. Il capo della delegazione Giovanni La Via (PPE, IT) ha spiegato i prossimi passi da intraprendere.

Che differenze ci sono state tra COP21 a Parigi e COP22 a Marrakech?

COP21 riguardava gli obiettivi da raggiungere, quegli obiettivi necessari per salvare il pianeta. COP22 è stato un appuntamento più pratico: come passare dalla definizione degli obiettivi alla loro realizzazione.

Qual è stato il punto più importante toccato a COP22?

Si è parlato molto dei finanziamenti per mettere in pratica le misure previste, particolarmente nei confronti degli stati africani. Il punto è che gli stati in via di sviluppo, giustamente, vogliono essere sicuri di ricevere sufficienti risorse per impegnarsi nella lotta ai cambiamenti climatici. Chiaramente questi fondi non potranno essere soltanto pubblici.

Qual era l’obiettivo della delegazione del Parlamento europeo?

Continuare ad avere e trasmettere fiducia verso quello che stiamo facendo. È un esercizio quotidiano e noi siamo venuti per ribadire l’impegno dell’Europa, qualsiasi cosa accada.

Ci descriva il risultato più importante che è stato raggiunto a COP22.

Il “manifesto d’azione di Marrakech” è un buon risultato: ribadisce la volontà di tutti i paesi a lottare contro il riscaldamento globale e promuovere lo sviluppo sostenibile. In più, entro il 2020 i paesi dovranno rendere pubblici i loro impegni a lungo termine per il 2050 per affrontare i cambiamenti climatici.

A livello europeo, cosa farà il Parlamento per attuare gli accordi di Parigi?

Il mese prossimo ci sarà il voto sulla riforma del mercato del carbonio in Europa, si tratta di un’azione politica concreta. Poi inizieremo un cammino di riduzione delle emissioni in tutti gli stati membri, come prevede la legislazione sulla “condivisione dello sforzo”. In cantiere, anche le nuove proposte legislative sul consumo del suolo, il cambio di destinazione d’uso dei territori e la protezione di boschi e foreste.

Che cosa ha già fatto l’Europa? Come siamo messi nell’attuazione degli accordi di Parigi?

Siamo sulla buona strada per riuscire ad attuare i nostri impegni per il 2030. Ci stiamo anche organizzando per superare gli obiettivi previsti per il 2020; per quella data dovremmo tagliare il 20 per cento delle emissioni ma speriamo di fare ancora meglio.

Qual è la sfida più grande per l’Europa nell’attuazione di COP21? 

Rendere sempre più forte la fiducia che ha permesso a 197 paesi diversi di firmare la dichiarazione comune di Marrakech. Per questo è importante sottolineare sempre, nonostante i cambiamenti politici che stiamo affrontando, che l’Europa rispetterà i suoi impegni.

La decarbonizzazione è l’obiettivo, il punto è quanto l’Ue voglia impegnarsi a guidare questa rivoluzione per spingere anche gli altri attori globali a seguirla.

 

Fonte: europarl.europa.eu

 

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Status di economia di mercato per la Cina: difendere l’industria europea e l’occupazione

Nella risoluzione non legislativa approvata giovedì, i deputati affermano che fintanto che la Cina non avrà soddisfatto i cinque criteri stabiliti dall’UE per definire le economie di mercato, le sue esportazioni verso l’UE devono essere trattate con una metodologia “non standard”, che serve a determinare se in Cina i prezzi delle esportazioni sono prezzi di mercato o oggetto di sovvenzioni, al fine di assicurare la parità di condizioni per l’industria UE e difendere l’occupazione.

 

Tuttavia, l’UE deve trovare il modo per fare tutto ciò in conformità con i suoi obblighi internazionali nell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), in particolare il protocollo OMC di adesione della Cina, che prevede cambiamenti nel modo in cui la Cina dovrà essere considerata dopo l’11 dicembre 2016. Nella risoluzione adottata con 546 voti favorevoli, 28 voti contrari e 77 astensioni, i deputati invitano la Commissione europea a presentare una proposta che trovi un equilibrio tra queste esigenze.

 

Impatto cinese sull’industria europea

 

I deputati esortano la Commissione a tener conto dei timori espressi dall’industria europea, dai sindacati e da altri soggetti interessati, circa le possibili conseguenze per l’occupazione, l’ambiente e la crescita economica nell’UE. La sovraccapacità produttiva della Cina e le conseguenti esportazioni a prezzi ridotti stanno già avendo “pesanti conseguenze sociali, economiche e ambientali nell’UE”, specialmente per quanto riguarda il settore siderurgico dell’UE.

 

I deputati sottolineano che 56 delle attuali 73 misure comunitarie antidumping in vigore si applicano alle importazioni dalla Cina.

 

La Cina un partner importante

 

I deputati ciononostante evidenziano “l’importanza del partenariato tra l’UE e la Cina”. La Cina è il secondo partner commerciale dell’UE e, con un interscambio commercial giornaliero di ben oltre 1 miliardo di euro, il mercato cinese “è stato il principale motore di redditività per una serie di industrie e marchi dell’UE”.

 

I deputati “si oppongono a qualsiasi concessione unilaterale alla Cina dello status di economia di mercato” e chiedono di coordinarsi con gli altri principali partner commerciali per giungere a un’interpretazione congiunta del diritto dell’OMC. Invitano la Commissione a utilizzare i prossimi vertici del G7 e del G20, nonché il vertice UE-Cina, per trovare una risposta compatibile con l’OMC.

 

Riformare la normativa UE antidumping

 

I deputati sottolineano la “necessità imminente” di una riforma generale degli strumenti di difesa commerciale dell’UE e invitano il Consiglio a sboccare una serie di proposte per modernizzarli, come già richiesto dal Parlamento nel 2014.

 

Prossime tappe

 

In un recente dibattito in plenaria su come trattare con le importazioni cinesi dopo l’11 dicembre 2016, il commissario europeo Vytenis Andriukaitis ha detto ai deputati che la Commissione sta lavorando a una nuova serie di normative che includeranno -nel rispetto delle norme dell’OMC – un sistema di difesa commerciale forte e che se ne sarebbe discusso “prima della pausa estiva”.

 

Se la Commissione europea dovesse proporre il riconoscimento della Cina come economia di mercato nel diritto comunitario, il Parlamento avrebbe il diritto di co-decisione con il Consiglio.

 

15 maggio 2016

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Festa dell’Europa a Montecitorio

In occasione della festa dell’Europa, la Camera dei Deputati ha organizzato l’evento “Festa dell’Europa” a Montecitorio, dove oltre 600 ragazzi sono stati invitati a partecipare, e anche il PEG è stato invitato a prendere parte con i suoi soci.

L’evento si terrà domenica 8 maggio, dalle ore 10, a Roma, proprio a Montecitorio. Lo scopo è di celebrare la pace e l’unità in Europa, ma anche di parlare del futuro dell’Unione, proprio nell’anno in cui la Presidente della Camera Boldrini ha indetto una consultazione pubblica su “Lo stato e sulle prospettive dell’Unione europea” (http://civici.eu/web/camera).

Inutile dire quanto il PEG sia onorato di partecipare a quest’evento, che sarà trasmesso in diretta RAI, soprattutto perché ci è stata offerta la possibilità di un intervento dal podio per presentare la nostra Associazione davanti alle autorità.

Data l’occasione speciale, invitiamo tutti i soci a fare un salto a Roma per partecipare all’evento. Ci è stata data una possibilità davvero grande ed essere presenti numerosi è il modo migliore per far vedere che ce la siamo meritata!

Potrete ricevere ulteriori dettagli e informazioni mediante la pagina ufficiale del Parlamento Europeo Giovani o scrivendoci a peg@eypitaly.org.

Speriamo di potervi vedere in tanti con noi a Roma!

PS: per confermare la partecipazione, è strettamente necessario compilare il seguente form: link.

La crisi “sta peggiorando” – I deputati a confronto su rifugiati, asilo e solidarietà dell’UE

L’Europa continuerà a sostenere una risposta efficace per una crisi migratoria che “sta peggiorando”, ha indicato oggi il Commissario europeo Avramopoulos. L’aumento di “populismo e nazionalismo” favoriscono la fragilità dell’Unione. Il Commissario ha invitato gli Stati membri a mantenere le proprie promesse e a mostrare solidarietà: “Se crolla Schengen sarà l’inizio della fine del progetto europeo”.

 

Dimitris Avramopoulos, presidente della Commissione per la migrazione e gli affari interni, ha discusso l’attuazione delle misure di migrazione e la proposta di dicembre sulla guardia costiera, con la commissione parlamentare per le Libertà civili, per la Giustizia e gli Affari interni. Il deputato britannico di centro sinistra Claude Moraes a presieduto l’incontro.

Nel settembre 2015, il Parlamento aveva già sostenuto due proposte di emergenza. L’obiettivo? Trasferire 160.000 richiedenti asilo provenienti dai paesi europei in prima linea verso altri Stati membri. Finora però, solo 272 persone sono state trasferite e il Commissario ha detto: “Tutti gli Stati membri devono partecipare” senza subire le agende politiche nazionali. Una visione condivisa da numerosi deputati.

 

“Come diavolo possiamo implementare nulla se gli Stati membri continuano a dire no, no, no” ha domandato Cornelia Ernst, deputata tedesca della Sinistra Unita.

Attualmente, una serie di norme in materia di rifugiati dell’UE deriva dalla Convenzione di “Dublino”. Esse prevedono il trattamento di tutte le richieste di asilo da parte del paese d’ingresso nell’UE. Durante il dibattito è emerso un consenso generale sulla necessità di una revisione “molto profonda” della normativa, come ha indicato il Commissario.

La Commissione proporrà nuove misure in marzo, ma il deputato britannico ECR Timothy Kirkhope ha avvertito: “Non abbiamo bisogno di piccoli ritocchi. Spero che la Convenzione di Dublino sarà rivista profondamente”.

La deputata svedese del PPE Anna Maria Corazza Bildt ha sottolineato che “abbiamo bisogno di distinguere tra coloro cha hanno diritto alla protezione internazionale e quelli che non ne hanno diritto”.

Lo stesso Parlamento sta lavorando su una lista comune di paesi d’origine sicuri che permetteranno di gestire più facilmente le richieste di asilo e un meccanismo di trasferimento permanente.
Dal canto suo, la deputata francese liberale Nathalie Griesbeck ha detto che la frontiera esterna dell’UE deve “essere adeguatamente sorvegliata per garantire che l’unità di Schengen”. La Commissione propone di rafforzare Frontex – l’agenzia delle frontiere esterne – e trasformarla in un corpo che potrebbe essere implementato in alcuni casi anche senza l’approvazione del paese interessato, una proposta sostenuta dal Parlamento.
Tuttavia, Avramopoulos ha avvertito che senza l’impegno dei paesi terzi, non sarà possibile uscire dalla crisi. A questo proposito, la deputata socialista tedesca Birgit Sippel, si chiede se questa collaborazione avrebbe lo scopo di consentire una corretta gestione della situazione dei rifugiati o semplicemente per lasciarli nel loro paesi d’origine.

Allo stesso modo, la deputata tedesca dei Verdi Ska Keller ha detto che secondo alcuni rapporti, la Turchia starebbe già “mandando indietro i rifugiati in Siria” come diretta conseguenza del suo accordo con l’UE.

Non è facile distinguere i rifugiati, i migranti economici e i terroristi che cercano di approfittare della tragedia siriana per entrare in Europa: dei centri di accoglienza sono in fase di realizzazione in Grecia e in Italia per aiutare a ricevere e registrare i migranti che arrivano sulle nostre coste: vengono così raccolte le impronte digitali di tutti i migranti, viene svolta una selezione rapida, una ricollocazione dei richiedenti asilo.

 

Laura Ferrara, deputata italiana di EFDD, ha ricordato che “in Italia gli hotspot non funzionano, il processo di identificazione è troppo lento”. Inoltre, i migranti a cui è stata rifiutata la richiesta di asilo non sono né aiutati né accompagnati alla frontiera.

Il Commissario Avramopoulos ha spiegato che gli hotspot sono un cantiere che lui stesso sta seguendo, aggiungendo che, indipendentemente da ogni altra scelta politica “tutti gli Stati membri hanno la responsabilità di accogliere i rifugiati in modo dignitoso”.

Il dibattito ha anche ricordato le tragedie recenti, come gli attacchi terroristici di Parigi e Istanbul e gli eventi di Capodanno a Colonia. Avramopoulos ha insistito sulla necessità di evitare qualsiasi confusione tra migranti e terroristi, mentre la deputata olandese dell’EFN Vicky Maeijer ha definito le politiche dell’UE “molto pericolose”, aggiungendo che “abbiamo bisogno di chiudere le frontiere”.

È evidente che la crisi continuerà e l’UE persegue una lunga lista di “azioni a medio e lungo termine, immaginando un sistema più sostenibile per il futuro” ha dichiarato il Commissario. Tra le priorità sono stati ricordati l’aiuto finanziario sostanziale per le persone più colpite, il pacchetto legislativo per le frontiere, una revisione del sistema di carta blu, un nuovo sistema per il reinsediamento e una proposta per “frontiere intelligenti”.

 

17 gennaio 2016

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Boldrini: “Elezioni europee, le stesse liste in tutti gli Stati membri”

Intervista alla presidente della Camera, che domani porta a Bruxelles un documento per il federalismo con l’adesione di nove Parlamenti e presenta le sue proposte per un nuovo assetto istituzionale dell’Ue. Bene gli aiuti Ue alla Turchia per i rifugiati, ma questo non deve impedire loro di partire

 

Roma – “Abbiamo bisogno di una Unione europea 2.0. Il percorso fatto fin qui è stato importante, ma dobbiamo entrare in una nuova fase. La crisi dovrebbe spingerci a farlo, perché ha messo in evidenza tutte le debolezze dell’attuale assetto europeo”. La presidente della Camera, Laura Boldrini, vuole dare una spinta verso il federalismo. Proverà a farlo portando domani a Bruxelles il documento ‘Più integrazione europea: la strada da percorrere’firmato a Roma lo scorso 14 settembre, insieme con i suoi colleghi di Francia, Germania e Lussemburgo, ai quali se ne sono aggiunti altri 5 e ulteriori adesioni arriveranno presumibilmente dagli incontri che la terza carica dello Stato ha già in programma per il 2016. Intervistata da Eunews, alla vigilia del suo viaggio, Boldrini parla di terrorismo, Siria, migranti e soprattutto di ‘rivoluzioni’ da introdurre nell’architettura dell’Unione, tra le quali una legge elettorale unica per le europee, con le stesse liste in tutti gli Stati membri.

Presidente, qual è la proposta per l’Europa che porterà domani a Bruxelles?

Nel documento del 14 settembre diciamo che noi, presidenti di Assemblee elettive nazionali, siamo disposti a condividere sovranità allo scopo di avere un’Europa più forte, un’Europa politica, perché le sfide che abbiamo di fronte richiedono maggiore integrazione. Serve un’Unione europea sempre più attenta ai bisogni dei cittadini e all’impatto sociale delle misure economiche. Bisogna cambiare rotta perché l’Ue, così com’è, ha fatto allontanare i cittadini, non piace più ai giovani. Dobbiamo avere il coraggio e la forza di uscire da questo stallo. Se non lo facciamo adesso rischiamo di perdere tutto il cammino fatto fin qui. Noi quattro presidenti abbiamo voluto prendere questa iniziativa perché riteniamo che i Parlamenti abbiano un ruolo essenziale nella costruzione di questa nuova Europa.

Come si concilia l’ulteriore cessione di sovranità con il maggior ruolo che chiedete per i Parlamenti nazionali?

Nel Trattato sull’Unione europea, la legittimità dell’Ue nasce proprio dai Parlamenti. Quello europeo e quelli nazionali che danno gli indirizzi ai rispettivi governi. È importante che questo avvenga in maniera più sistematica e che sia messo in atto in tutti i Paesi. In Italia, prima di partecipare a un Consiglio europeo, il presidente del Consiglio dei ministri viene in Parlamento, dove vengono votate delle risoluzioni sulla linea che il governo porterà in sede europea. In alcuni Paesi non c’è un passaggio di questo genere. Riguardo poi al rapporto tra Parlamento europeo e Parlamenti nazionali non c’è competizione, anzi ci dovrebbe essere ancora più cooperazione.

Qual è il livello di collaborazione tra il Parlamento Italiano e quello europeo nell’attività legislativa?

Secondo me in questo Parlamento la mettiamo in atto abbastanza. Diciamo che questa Camera è molto europeista. Per quanto riguarda l’ambito europeo, il Parlamento dovrebbe avere l’ultima parola nell’iter legislativo, ma oggi non è così. Per questo penso debba esserci maggiore legittimazione, perché sono i Parlamenti che rappresentano i cittadini. Il Parlamento comunitario ha forse un limite nel fatto che ogni Paese presenta i propri candidati alle elezioni europee. Io vedrei invece un sistema in cui i candidati possano essere eletti sulla base di liste transnazionali in ciascuno dei Paesi membri.

Parla di una legge elettorale unica?

Una legge elettorale unica, con delle liste uguali in tutti gli Stati membri e che siano espresse dai partiti europei, non da quelli nazionali. Il candidato può presentarsi in ogni Paese e fare campagna elettorale in tutti gli Stati membri. Questo darebbe più rappresentanza europea anziché nazionale. Immagina come sarebbe diverso?

In effetti, spesso a Strasburgo si creano alleanze sulla base degli interessi nazionali invece che sull’appartenenza politica. Un situazione che riflette le dinamiche del Consiglio europeo.

Esatto. Ma se in Consiglio ognuno cerca di tutelare i propri interessi nazionali, all’Europa chi ci pensa? Con queste modalità l’Europa perde terreno perché ognuno bada alla propria opinione pubblica, ai propri interessi domestici. Bisogna rilanciare invece sul piano dell’Unione federale di Stati, con una cabina centrale che rappresenti tutta l’Unione e poi gli Stati ai quali rimane la gestione degli affari domestici.

Lei presidente Boldrini  propone di assegnare al Parlamento europeo il potere legislativo e alla Commissione quello esecutivo. Quale dovrebbe essere il ruolo del Consiglio?

Si può discutere. Potrebbe essere una sorta di Senato (leggi, a questo proposito, l’intervista di Vannino Chiti a Eunewsndr) in cui siedono i capi di stato e di governo. Le autonomie locali, diciamo. Oppure ci può essere un sistema a più livelli. Sono diversi gli impianti da studiare. Non voglio prospettare adesso un format già chiuso. Ritengo sia necessario discuterne e trovo essenziale che questo dibattito sia sviluppato anche dal mondo universitario e delle associazioni, per questo a gennaio, a Montecitorio, faremo un incontro sull’architettura europea con diversi accademici e con giovani federalisti.

Secondo l’Eurobarometro, solo il 44% degli italiani si interessa alle questioni europee e appena il 40% ritiene che l’Italia abbia avuto dei vantaggi dall’adesione all’Ue. Si è perso il sostegno dei cittadini al progetto europeo?

Non mi meraviglia e mi dispiace enormemente questo risultato. Evidentemente non facciamo abbastanza per spiegare il ruolo che l’Europa ha avuto per farci vivere meglio. Molte conquiste si danno per scontate. I nostri giovani spesso non hanno contezza di come si vivesse prima: degli impedimenti per viaggiare, per andare a studiare in un altro Paese, per cambiare la moneta, per attraversare le frontiere, lavorare in altri Stati. Capisco che un giovane, oggi, non sia innamorato dell’Europa. Ne ha conosciuta una che è sacrifici, austerità, mancanza di prospettiva, di lavoro. Per questo non possiamo stare fermi, altrimenti perdiamo tutto e diamo la possibilità a chi è contro l’Europa di ripristinare un sistema anacronistico di piccole patrie.

Si va verso un’Europa a due velocità? L’ex presidente della Commissione, Romano Prodi, ritiene che il referendum sulla Brexit conduca inevitabilmente a questa strada.

Idealmente sarebbe opportuno procedere tutti insieme, perché questa è la famiglia Unione europea. Realisticamente, però, anch’io penso che si rischia di rimanere fermi se si aspetta che tutti si convincano della necessità di andare avanti. A un certo punto bisognerà dire chiaramente chi ci sta a fare un salto in avanti, per condividere più sovranità, e chi no. In fondo, l’eurozona ha già fatto una scelta di condivisione di sovranità nelle materie di finanza pubblica. Manca tutto il resto, in particolare il coordinamento delle politiche per la crescita, l’occupazione e la materia sociale.

II problema nell’Area euro è di legittimazione democratica? Ad esempio, la politica monetaria è affidata a un organismo tecnico, la Bce. La si dovrebbe ricondurre sotto la responsabilità di una istituzione politica?

C’è chi pensa questo. Il ministro dell’Economia tedesco, Wolfgang Schaeuble, propone di istituire un ministro delle Finanze dell’Eurozona. Io punterei su un altro tipo di figura. Ad esempio, come esiste l’Eurogruppo, ritengo sia importante avere un Consiglio dell’economia reale, che si occupi di lavoro e affari sociali. Servirebbe poi un Parlamento dell’Eurozona. Se riteniamo si possa fare un esperimento di maggior condivisione di sovranità all’interno di un club più ristretto, di 19 su 28, allora bisogna mettere a punto un sistema che preveda anche la legittimazione democratica di questo impianto. Ritengo che questo dibattito debba svilupparsi il più rapidamente possibile. Mi sembra che siamo usciti dall’empasse, però adesso bisogna stringere e passare alle prossime azioni. Bisogna capire se si può mettere a punto una strategia a trattati vigenti, oppure se dobbiamo uscire dalla griglia dei trattati vigenti per fare qualcosa che sia più innovativo e più rivoluzionario.

Nella sua visita a Bruxelles, cosa dirà a chi mette in discussione il trattato di Schengen in nome della sicurezza contro il terrorismo?

Chi sostiene che bisogna rivedere Schengen o chiudere le frontiere dà forti indizi di debolezza, di incapacità di gestire un momento difficile senza rinunciare a conquiste democratiche che hanno consentito la realizzazione del grande progetto politico dell’Unione europea. Chi ci rinuncia è come se si fosse già arreso alla minaccia terroristica, che vuole proprio colpirci nelle nostre libertà e nei nostri valori. Quindi per me è un no su tutta la linea.

I pochi progressi a Bruxelles sull’Agenda europea per i migranti  si sono raggiunti a fatica. Dopo gli attentati di Parigi si rischia un ulteriore rallentamento in nome della sicurezza.

Invece si deve andare avanti, perché è chiaro a tutti che la questione migratoria e quella dell’asilo possono essere affrontate efficacemente solo se lo si fa tutti insieme. Nessuno si può chiamare fuori. Dobbiamo avere sempre chiara la fotografia: se in Siria 12 milioni di persone sono state costrette a lasciare casa, e la metà è rifugiata nei paesi confinanti, di cui 2 milioni solo in Turchia, noi 28 Paesi dell’Ue non possiamo non saper gestire l’arrivo di 800 mila persone quest’anno. È imperativo che si affronti questo fenomeno in modo coordinato, facendo capo alla Commissione europea e mettendo in pratica la sua proposta. Le resistenze ci sono state e ci saranno, ma questa è la linea da seguire.

Quando si è siglato l’accordo tra l’Ue e Ankara, con l’impegno a versare 3 miliardi di euro alla Turchia pur di fare rimanere lì i profughi siriani, ci sono state meno resistenze. Ritiene che così siano a rischio i diritti dei rifugiati?

Che l’Ue dia alla Turchia risorse per contribuire a gestire la presenza di 2 milioni di rifugiati sul suo territorio mi sembra condivisibile e opportuno, perché la Turchia sostiene di aver investito in questi anni svariati miliardi di euro per l’assistenza e l’accoglienza dei rifugiati. Detto ciò, è importante che queste persone vedano rispettati i loro diritti. Dare un sostegno economico alla Turchia per i rifugiati non può voler dire che ci deve essere un impedimento a lasciare il territorio. Anche perché non funzionerebbe. In passato si è cercato di farlo nella Libia di Gheddafi e non ha funzionato. L’unico modo per diminuire il flusso di rifugiati è far cessare la guerra.

Presidente Boldrini, il Parlamento darebbe il via libera alla partecipazione italiana a un intervento in Siria, come Francia, Inghilterra e Germania?

Non mi pare che questa prospettiva sia all’ordine del giorno. La guerra al terrorismo si può fare in molti modi. Non possiamo permetterci di stare fermi, un’azione di contrasto va fatta, ma con i mezzi più appropriati. È indispensabile tagliare i finanziamenti a Daesh, non comprare il petrolio estratto nei territori sotto il suo controllo, non vendere armi in maniera diretta o attraverso triangolazioni, essere più presenti nel contrasto telematico perché il proselitismo e la radicalizzazione avanzano soprattutto attraverso i canali digitali, avere sistemi di intelligence che interagiscono, sistemi di polizia capaci di scambiarsi informazioni: tutti strumenti che ritengo molto più efficaci. Oggi in Siria ci sono diverse guerre, non ce n’è solo una. Fare una guerra senza una strategia politica è un azzardo che non possiamo permetterci.

Con una strategia sarebbe giusto intervenire?

La strategia la si elabora a livello politico. Se attorno al tavolo di Vienna si raggiunge un accordo politico, la guerra finisce in un mese. Nel momento in cui chi è dietro alle guerre per procura  – perché in alcuni casi di questo si tratta – decide di fermarsi, se si tagliano i finanziamenti, se non arrivano più armi, allora Daesh si sgonfia nel giro di pochissimo e perde anche la sua forza attrattiva.

 

9 Dicembre 2015

www.eunews.it

Tutto quello che c’è da sapere sulla fine del roaming

Mercoledì la commissione per l’Industria ha approvato l’accordo tra Consiglio e Commissione sulla fine del roaming. I costi legati al roaming dovrebbero diminuire già dall’anno prossimo, mentre dal 15 giugno 2017 chiamare o mandare un’email dall’estero costerà lo stesso che dal proprio paese d’origine. 

  • L’Unione europea ha cominciato a ridurre i costi legati al roaming già dal 2007.
  • Il Parlamento ha chiesto più volte che questi costi venissero eliminati del tutto.
  • Il 30 giugno 2015 il Parlamento, il Consiglio e la Commissione hanno trovato un accordo sul ‘pacchetto telecomunicazioni’ che dovrebbe abolire il roaming a partire dal 15 giugno 2017.
  • Dal 30 aprile 2016 al 14 giugno 2017 ci sarà un periodo di transizione in cui gli operatori telefonici potranno ancora addebitare dei costi minimi legati al roaming (Esempio: Se a livello nazionale una chiamata costa 8 centesimi al minuto, all’estero non potrà superare i 13 centesimi al minuto).
  • L’accordo tra Parlamento e Consiglio prevede anche le prime regole sulla neutralità della rete a livello europeo che garantiscono un libero accesso ai contenuti in rete.

“È un grande risultato per il Parlamento europeo. Siamo riusciti a ottenere la fine del roaming e a garantire un’internet neutrale e aperto”, ha affermato il relatore Pilar del Castillo Vera (PPE) dopo il voto in commissione.

 

I costi del roaming

In vigore Dal 30 aprile 2016 al 14 giugno 2017 Dal 15 giugno 2017
Chiamata (1 min.) 0.19 € Prezzo nazionale + massimo 0.05 € di sovrapprezzo All’estero lo stesso prezzo che a livello nazionale
SMS (inviato) 0.06 € Prezzo nazionale + massimo 0.02 € di sovrapprezzo
Un megabyte di dati 0.20 € Prezzo nazionale + massimo 0.05 € di sovrapprezzo
SMS (ricevuto) Gratuito
Chiamata ricevuta (1 min.) 0.05 € Non dovrebbe superare il tasso medio delle tariffe di terminazione delle chiamate mobili stabilite a livello europeo*

*Regime transitorio fino a quando la Commissione non affronterà questa questione in sospeso.

 

La tariffa di terminazione delle chiamate mobili è una costo addebitato all’operatore del soggetto chiamante dall’operatore del soggetto chiamato. 

 

Quali sono le prossime tappe? 

  • Voto definitivo della Plenaria (probabilmente a ottobre).
  • Se approvate, le nuove regole saranno applicabili dal 30 aprile 2016

 

15 Luglio 2015

www.europarl.europa.eu

Le risorse proprie del bilancio UE: come finanziare meglio l’Europa

Riformare il modo in cui il bilancio dell’UE è finanziato è diventato uno dei punti più controversi dei negoziati tra il Parlamento europeo e gli Stati membri in materia di bilancio dell’UE 2014-2020. Il sistema attuale si basa essenzialmente sui contributi nazionali, ma un gruppo di studio è stato istituito per esplorare nuove opzioni. Giovedì, la commissione al Bilancio discuterà il lavoro del gruppo con il suo presidente, l’ex premier italiano Mario Monti. Segui in diretta giovedì alle ore 9.

 

Il gruppo di studio sulle risorse proprie comprende i rappresentanti delle tre principali istituzioni coinvolte nella procedura di bilancio: la Commissione europea, il Parlamento e il Consiglio dell’Unione europea. Ed ha il compito di rivedere il bilancio dell’UE. In una prima valutazione, pubblicata nel dicembre 2014 e discussa nella riunione della commissione per i Bilanci con Mario Monti, il gruppo sottolinea che il sistema non è cambiato molto negli ultimi 25 anni.

Risorse proprie

Per bilanciare le spese di bilancio, l’Unione europea ha diritto ad un certo numero di entrate – “risorse proprie tradizionali”, come i dazi doganali, una quota dell’IVA e dei contributi diretti nazionali, istituita in conformità con la relativa ricchezza dei paesi dell’UE.

Con il calo dei dazi dovuti alla liberalizzazione del commercio, le entrate doganali sono diminuite e la quota delle entrate basata sull’IVA e i contributi nazionali hanno raggiunto l’83% di tutte le entrate del 2013. Il sistema delle risorse proprie è gradualmente diventato un sistema di contributi nazionali, con solo una piccola parte rappresentata dalle risorse proprie autonome.

Il Parlamento europeo sostiene un sistema che è meno complesso e più indipendente dai bilanci nazionali, perché negli ultimi anni gli interessi nazionali hanno ostacolato il consenso sulle decisioni di bilancio. Qualsiasi proposta di riforma del sistema, tuttavia, richiede l’unanimità degli Stati membri.

Ulteriori passi

Il gruppo di studio si propone di guardare non solo a proposte di nuove fonti di finanziamento, ma anche alle sfide politiche e istituzionali che hanno portato al fallimento dei precedenti tentativi di riforma. Si prevede di consegnare le sue conclusioni nel 2016. La Commissione utilizzerà i risultati nella sua revisione a medio termine e a lungo termine del bilancio dell’UE 2014-2020.

 

4 Febbraio 2015

 

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